martedì 12 febbraio 2008

APPUNTI DI UNA NOTTE TRASCORSA NELL'OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO DI AVERSA

(dal blog http://www.altrosud.info):

Appena cerco di chiudere gli occhi, mi scorrono in mente i loro volti,i loro nomi, le loro storie.Marco il 15 novembre 1996 parlava ad un telefono pubblico nellastazione di Roma Termini.Lisa non lo vuole più vedere, glielo ripete fino alla nausea, ma luila prega, l'implora, la scongiura, gli promette amore e attenzione:maLisa è stanca delle promesse mancate. Riattacca il telefono, il filoflebile del dialogo intriso di speranza si spezza; è un secondo, unattimo, l'assale la disperazione e inizia con rabbia a sbattereripettamente la cornetta contro l'apparecchui, una, due, dieci, ventivolte.Non vede e non sente più niente, non vede e non sente gli agenti dellapolizia che cercano di calmarlo, lui urla, si dispera e piange.4 mesi per danneggiamento è la pena, ingiusta o meno che sia, che ilgiudice gli rifila, ma lui è rinchiuso da allora nell'opg di Aversa.12 anni. 12 anni di internamento per quella cornetta del telefonodanneggiata e chissà quanti altri da trascorrere.La sua condanna per quella cornetta, per quell'attimo di follia, èl'ergastolo, non lo sa o continua a far finta di non saperlo,all'inizio gli sembrava impossibile, un'assurdità, un famelico erroregiudiziario, cerca un'uscita di sicurezza da questo mare di follia manon la trova, poi passa un anno, due, cinque, dieci e progressivamenteinizia a farsene un ragione, una ragione nel mare della follia diquesto ergastolo bianco.Marco non è pericoloso per sè e per gli altri, malgrado i 12 annitrascorsi in questo girone dantesco, non lo dice solo lui con gliocchi spenti e piegati verso il basso, ma lo dicono tutte quelle cartee scartoffie che attestano la sua "non pericolosità sociale". Puòuscire ieri, oggi o domani, ma ieri oggi e domani non ha nessuno, nonc'è nessuno che può farsene carico, non c'è una famiglia, la suadistrutta negli anni ottanta da un incidcente stradale, non c'è unaasl che può farsene carico perchè costa troppo e i direttori delle aslhanno ben altri interessi di cui occuparsi che quello di resistituirela libertà a Marco.Resta qui, rinchiuso nella sua cella con altre tre, quattro, cinque,sei persone, ogni mese una in più, con i letti che fioriscono comerose a primavera, si schiudono i materassi di gomma piuma sui quali siappoggia un lenzuolo un tempo bianco e una coperta lercia che Marco siporta sempre sulle sue spalle sempre più curve.In questo oceano di disperazione sociale vorresti piangere, ma è unsorriso e una parola di conforto quello che cerca e io gli consegnoaccompagnandolo alla promessa di preoccuparsi e occuparsi del suodestino anche una volta che il mio corpo riprenderà a respirare lalibertà. Ma ancora non è tempo di tornare lì fuori, dove altri pazzipiù o meno illuminati discutono e si accapigliano sulla leggeelettorale e il mandato esplorativo ormai andato a vuoto. Non è ilmomento di andare perchè oggi forse è l'ultimo giorno utile, primadello scioglimento delle camere, per sparare le mie cartucceistituzionali verso le istituzioni totali che soffocano la libertà: matornare dopo pochi mesi per l'ennesima volta all'opg di Aversa haanche il significato della sconfitta, la sconfitta di chi ha speratodi concretizzare, all'interno della riforma del servizio sanitarionazionale, almeno la dismissione di questi manicomi che dopo lariforma Basaglia ci si era "dimenticato" di chiudere.Il tempo qui è immobile per il cervello, il piede e gli altri restiorganici conservati da oltre un secolo nelle stanze vicino ladirezione dell'OPG, un tempo laboratorio per la ricerca lombrosianadelle origini biologiche della follia.Ma il tempo è immobile anche per Marco, Franco, Roberto, fantasmigiovani e anziani ma ancora in carne ed ossa, che oggi come un anno fàle incroci nel passeggio e ti salutano come se ci fossimo visti ieri,perchè oltre alle guardie penitenziarie e al personale dell'opg nonhanno nel frattempo incrociato nessuno sguardo estraneo al loro mondofatto di sbarre e poche decine di metri quadri.Dopo 6 ore di naufragare in balia di queste ondate umane didisperazione sociale è arrivato un fax sulla scrivania del direttore,il ministero ha disposto l'immediato trasferimento di 50 internati, ildirettore col quale tante volte abbiamo litigato mi guarda felicementestupefatto: da mesi segnalava al dipartimento l'insostenibilità dellasituazione dell'istituto dove sono ammassati 300 internati quando nepotrebbe accogliere al massimo 130. Ma dal ministero mai nessunarisposta. Qui infatti l'indulto ha avuto l'effetto contrario,intasando l'opg di detenuti che hanno anticipato il fine pena ma conle misure di sicrezza da scontare in pieno.Il direttore era allibbito: quel "rompiscatole" parlamentare chevisita a sorpresa e senza preavviso gli comunica la decisione direstare chiuso qui anche stanotte, appena trasmette ai suoi superioriquesta folle notizia, ecco che per magia gli arriva la risposta che damesi attendeva anche se, dal mio punto di vista, questo trasferimentonon risolve il problema ma semplicemente lo sposta da un'altra parte.Ci toccherà fare altre notti, nella speranza che si attivi una voltaper tutte il programma di dismissione e presa in carico da parte delleASL.Ma dormire in quest'ufficio è difficile, pensi di ascoltare le gridadi dolore degli internati immobilizati nelle celle di coercizione, coni polsi e le caviglie legate all'estremità di questi letti dicontenzione dove il buco al centro ti indica l'impossibilità dimuoverti nemmeno per i propri bisogni fisiologici. Li avevo visti suqualche libro di storia della psichiatria questi letti, ma lo sonoanche qui, oggi, Febbraio 2008, Italia, Europa, in fondo al corridoioa sinistra del primo piano del reparto staccata dell'opg di Aversa.Le urla accompagnano l'oscurità ma non riesco a capire se sono urlaumane, di animali o semplicemente le urla immaginarie che mirimbombano nel cervello, le urla dei fantasmi delle migliaia dipersone che hanno travalicato dal 1876 i cancelli di questoriformatorio, manicomio od OPG come si suol chiamare a seconda delleconvenienze democratiche dell'epoca.I fantasmi dei contadini condannati a vivere il resto della loro vitadentro queste mura per uno sgarro al padrone, le fanciulle rinchiuse avita qui dentro con l'unica colpa di essere state stuprate a 13 anni,gli antifascisti ammassati qui dentro durante il ventennio, torturaticon elettroshock, assurde macchine della verità e altri marchingegnidiabolici. Il fantasma di Giorgio, 82 anni che è sepolto vivo quidentro ma non si ricorda da quanto tempo o di Gaetano, un ragazzo di20 anni che la famiglia ha abbandonato qui da due anni, salvoricordarsi di lui il 26 di ogni mese per ritirare e accaparrarsi lasua pensione. O il fantasma di Michele 28 anni, dopo 5 anni inquest'inferno era riuscito a venirne fuori ma dopo due giorni sidimentica di porre la firma quotidiana al commissariato di polizia elo rispediscono qui dentro il 29 gennaio di quest'anno, lo stessogiorno in cui prende i lacci delle sue scarpe e si impicca vicino allesbarre della sua cella.E' questo suo grido estremo di protesta che mi ha portato ancora unavolta qui dentro, il suo suicidio, il secondo nel giro di un mese, ilquinto nel solo ultimo anno, che è anche un omicidio, un omicidioperpetrato dalle istituzioni e da tutti noi che passiamo ogni giornofuori queste mura incuranti di quello che succede qui dentro,indifferentemente felici perchè almeno questa discarica di spazzaturaumana non ci turba più di tanto la vista, la salute e la nostra follequotidianità.
Francesco Caruso

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